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Esecuzione immobiliare sull’immobile di proprietà dei coniugi in comunione dei beni

  • 13 febbraio 2021
  • avv. Maria Martignetti

La comunione legale si instaura, come noto, sull’intero patrimonio comune complessivamente inteso, per cui ciascuno dei coniugi è titolare di un diritto avente ad oggetto tutti i beni della comunione e ognuno di essi per l’intero e non per una frazione.

La quota, pertanto, nella comunione legale, ha una valenza secondaria e residuale, che risponde a tre funzioni molto specifiche:

– stabilire la misura entro cui i beni della comunione possono essere aggrediti creditori personali (art. 189 c.c.);

– fissare la soglia della responsabilità sussidiaria di ciascuno dei coniugi con i propri beni personali verso i creditori della comunione (art. 190 c.c.);

– individuare la proporzione in cui, sciolta la comunione, l’attivo e il passivo andranno ripartiti tra i coniugi o i loro eredi (art. 194 c.c.) .

La comunione legale costituisce come un centro autonomo di imputazione di situazioni giuridiche soggettive sottoposto ad uno statuto speciale, e che si connota come massa patrimoniale, rispetto alla quale i coniugi risultano legati da un rapporto di contitolarità per quote, non solo virtuali, ma anche inderogabilmente uguali.

Ne deriva che, diversamente da ciò che accade nella comunione ordinaria la quota è sempre indisponibile, anche coattivamente.

Tanto premesso il creditore di uno dei coniugi, pertanto, dovrà pignorare l’intero immobile in comunione, con facoltà peraltro di soddisfarsi solo sul ricavato nei limiti della quota spettante all’obbligato, mentre l’interesse del coniuge non obbligato è sufficientemente presidiato dal diritto di far propria la rimanente parte del 50% del ricavato e, prima ancora, dal riconoscimento del ruolo di parte necessaria del giudizio esecutivo.

I soggetti passivi dell’esecuzione saranno quindi due; il che comporta una serie di conseguenze sul piano operativo:

  • la trascrizione del pignoramento andrà eseguita in capo a ciascuno dei due per la metà e quindi congiuntamente per l’intero, in luogo dell’intero contro entrambi i coniugi, trattandosi dell’unica opzione consentita dal sistema meccanizzato (in tal senso, la consultazione degli atti dello stato civile si pone nei casi dubbi alla stregua di incombente necessario e prodromico per il creditore che si accinga ad agire in via esecutiva);
  • la documentazione ipocatastale non potrà che riguardare ambedue i coniugi, dovendosi appurare se quello non debitore abbia in ipotesi posto in essere atti di disposizione del bene staggito;
  • l’avviso ex art. 498 c.p.c. andrà inoltrato anche ai creditori particolari del coniuge non obbligato.
  • il decreto di trasferimento dovrà rimuovere anche le ipoteche, se del caso, iscritte contro il coniuge non obbligato.

Il coniuge non debitore assume le medesime vesti processuali dell’esecutato e come tale va trattato, tanto da consegnarsi all’applicazione delle medesime regole cui soggiace l’obbligato “diretto” e da fruire dei medesimi strumenti di tutela.

In dettaglio:

  • il coniuge non debitore è certamente legittimato ad insorgere con le opposizioni agli atti esecutivi, anche al fine di far avversare le nullità di quegli atti di esecuzione che comportino la violazione o la limitazione del suo diritto alla metà del controvalore del bene, come pure di quelli che incidano sulla pienezza di quest’ultimo, se relativi alle operazioni di vendita o assegnazione.
  • il non obbligato sarà naturalmente facoltizzato a far valere la proprietà esclusiva del bene staggito, adombrandone l’estraneità alla comunione;
  • egli potrà inoltre contrastare con l’opposizione ad esecuzione la pretesa creditoria che dovesse trascurare la sussidiarietà del bene in comunione, tralasciando la presenza di cespiti personali del coniuge debitore proficuamente aggredibili per il soddisfacimento del credito personale verso quest’ultimo;
  • egli non potrà, invece, utilizzare l’opposizione di terzo ai fini dell’esclusione dall’espropriazione di una quota in natura del bene, posto che fino allo scioglimento della comunione, non è titolare di nessuna quota;

Se il coniuge non debitore non si attiva per tutelare le proprie ragioni anche in presenza della comunione ex art. 177 c.c. rileva il principio secondo cui il sopravvenuto accertamento dell’inesistenza di un titolo idoneo a giustificare l’esercizio dell’azione esecutiva non fa venir meno l’acquisto dell’immobile pignorato, che sia stato compiuto dal terzo nel corso della procedura espropriativa in conformità alle regole che ne disciplinano lo svolgimento, salvo che sia dimostrata la collusione del terzo col creditore procedente. In tal caso, tuttavia, resta salvo il diritto dell’esecutato di far proprio il ricavato della vendita e di agire per il risarcimento dell’eventuale danno nei confronti di chi, comportandosi senza l’impiego della normale prudenza, abbia dato corso al procedimento esecutivo in difetto di un titolo idoneo (Cass. 10 febbraio 2015, n. 2471).

Infine l’art. 571 c.p.c., con riferimento alla vendita senza incanto, e l’art. 579 c.p.c., in relazione alla vendita all’incanto, precludono al debitore di formulare offerte d’acquisto dell’immobile staggito. Il non debitore, infatti, secondo il nuovo avviso della Corte di Cassazione, è soggetto passivo dell’espropriazione, dotato di diritti e gravato di doveri assimilabili a quelli del coniuge debitore esecutato. Qualora fosse ammesso a partecipare alla vendita si innescherebbero tre interconnesse anomalie: la formulazione di un offerta di acquisto per un bene da parte di un soggetto che ne è già titolare; l’acquisto di una quota nel contesto di una comunione per definizione è “senza quote” e a “mani riunite”; la restituzione all’acquirente della quota di metà del valore di liquidazione, con un travolgimento del meccanismo della gara.

 

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