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Cass. 12 febbraio 2021, n. 3685 – ai fini processuali l’unico indirizzo PEC rilevante è quello che il difensore ha indicato all’Ordine di appartenenza

  • 16 febbraio 2021
  • avv. Maria Martignetti

 

Qui di seguito i principi esposti dalla Corte di Cassazione con la recedente sentenza 12 febbraio 2021 n. 3685:

«in materia di notificazioni al difensore, a seguito dell’introduzione del “domicilio digitale”, corrispondente all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza – ex art. 16-sexies del d.l. n. 179/2011, conv. con mod. in l. n. 221/2012, come mod. dal d.l. n. 90/2014, conv. con mod. in l. n. 114/2014 – la notificazione dell’atto, nella specie di appello, va eseguita all’indirizzo PEC del difensore costituito risultante dal ReGIndE, pur non indicato in atti dal difensore medesimo». Inoltre, alla luce della modifica della notificazioni telematiche (d.l. n. 90/2014, convertito con l. n. 114/2014) l’obbligo di indicare negli atti di parte l’indirizzo PEC del difensore è stato soppresso.

Il d.l. cit. poi ha aggiunto al d.l. n. 179/2012 l’art. 16-sexies sul «domicilio digitale», ai sensi del quale «salvo quanto previsto dall’art. 366 c.p.c., quando la legge prevede che le notificazioni degli atti in materia civile al difensore siano eseguite, ad istanza di parte, presso la cancelleria dell’ufficio giudiziario, alla notificazione con le predette modalità può procedersi esclusivamente quando non sia possibile, per causa imputabile al destinatario, la notificazione presso l’indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all’art. 6-bis del d.lgs. n 82/2005 (INI–PEC) delle imprese e dei professionisti -, nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della Giustizia (ReGIndE)».

Alla luce di questo, essendo l’indirizzo PEC collegato in modo univoco al codice fiscale del titolare, oggi l’unico indirizzo di posta elettronica certificata rilevante ai fini processuali è quello che il difensore ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

Il difensore inoltre non ha più l’obbligo di indicare negli atti di parte l’indirizzo di posta elettronica certificata, né la facoltà di indicare un indirizzo diverso da quello comunicato al Consiglio dell’Ordine o di restringerne l’operatività alle sole comunicazioni di cancelleria.

Il difensore deve indicare, piuttosto, il proprio codice fiscale, valendo questo come criterio di univoca individuazione dell’utente SICID e consentendo questo di risalire all’indirizzo di posta elettronica del professionista.

Precisa infine la Suprema Corte che resta invece fermo il contenuto dell’art. 366, comma 2, c.p.c. che, limitatamente al giudizio di Cassazione, prevede la domiciliazione ex lege del difensore presso la cancelleria della Corte nel caso in cui non abbia eletto domicilio nel comune di Roma, né abbia indicato il proprio indirizzo di posta elettronica.

 

Cass. 12 febbraio 2021, n. 3685

… Omissis …. Preliminarmente va rilevato che il ricorso risulta notificato nel rispetto del termine di sessanta giorni decorrente dalla stessa pubblicazione dell’ordinanza di inammissibilità ex art. 348 ter c.p.c., il che rende irrilevante ai fini della procedibilità del ricorso, il deposito anche della comunicazione di cancelleria, posto che anche a voler ammettere che la comunicazione sia avvenuta lo stesso giorno della pubblicazione, il ricorso si palesa in ogni caso tempestivo, venendo meno quindi l’esigenza sottesa alla previsione di cui all’art. 369 c.p.c., di depositare oltre alla copia autentica del provvedimento impugnato, anche la relata di notifica, ovvero, come rileva nel caso in esame, la comunicazione di cancelleria (evento idoneo a far decorrere il termine breve per l’impugnazione).

Sempre in via preliminare deve essere disattesa l’eccezione di inammissibilità del controricorso in quanto notificato presso l’indirizzo pec del difensore della ricorrente, anziché presso il domicilio eletto in occasione del deposito del ricorso, e ciò sul presupposto che l’indicazione dell’indirizzo di cui sopra sarebbe stata fatta ai soli fini delle comunicazioni e non anche delle notificazioni.

Rileva a tal fine quanto precisato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui (cfr. Cass. n. 14140/2019) in materia di notificazioni al difensore, a seguito dell’introduzione del “domicilio digitale”, corrispondente all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza, secondo le previsioni di cui al D.L. n. 179 del 201, art. 16 sexies conv. con modif. in L. n. 221 del 2012, come modificato dal D.L. n. 90 del 2014, conv., con modif., in L. n. 114 del 2014, la notificazione dell’atto, nella specie di appello, va eseguita all’indirizzo PEC del difensore costituito risultante dal ReGIndE, pur non indicato negli atti dal difensore medesimo (conf. Cass. 14914/2018; Cass. n. 30139/2017; Cass. n. 17048/2017).

È pur vero che le Sezioni unite avevano osservato che, a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 c.p.c., apportate dalla L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 25 esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che, nel mutato contesto normativo, la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi del R.D. n. 37 del 1934, art. 82 consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 c.p.c. per gli atti di parte e dall’art. 366 c.p.c. specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine (Sez. U, Sentenza n. 10143 del 20/06/2012, Rv. 622883). Come è altrettanto vero che successive pronunce di questa Corte avevano tuttavia ridimensionato il rilievo della “elezione” (in senso improprio) del domicilio telematico, essendo stato affermato, infatti, che, mentre l’indicazione della PEC senza ulteriori specificazioni è idonea a far scattare l’obbligo del notificante di utilizzare la notificazione telematica, non altrettanto può affermarsi nell’ipotesi in cui l’indirizzo di posta elettronica sia stato indicato in ricorso per le sole comunicazioni di cancelleria (Sez. 6 – 3, Sentenza n. 25215 del 27/11/2014, Rv. 633275; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 2133 del 03/02/2016, Rv. 638920, in motivazione). Tale orientamento traeva spunto dal tenore dell’art. 125 c.p.c., comma 1, come modificato dal D.L. 13 agosto 2011, n. 138, art. 2, comma 35-ter convertito con modificazioni dalla L. 14 settembre 2011, n. 148 (c.d. Decreto sviluppo) secondo cui, negli atti di parte, “il difensore deve, altresì, indicare il proprio indirizzo di posta elettronica certificata e il proprio numero di fax”. In epoca pressoché coeva, la L. 12 novembre 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012), ha modificato anche l’art. 366 c.p.c., in tema di giudizio di cassazione, prevedendo che il ricorrente debba eleggere domicilio in Roma ovvero indicare in ricorso l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine; in mancanza, le notificazioni gli sono fatte presso la cancelleria della Corte di cassazione. Questi interventi legislativi, evidentemente volti ad incentivare l’uso degli strumenti informatici nel processo civile, risultavano però scarsamente coordinati fra di loro e con le regole preesistenti in materia di notificazioni telematiche. È in tale quadro normativo che si collocano le vicende processuali costituenti oggetto delle pronunce di questa Corte precedentemente citate.

Tali conclusioni, però, non sono più attuali, in quanto la disciplina delle notificazioni telematiche è stata ulteriormente modificata.

Anzitutto, l’art. 125 c.p.c. è stato nuovamente rimaneggiato, ad opera del D.L. 24 giugno 2014, n. 90, art. 45-bis, comma 1, convertito con modificazioni dalla L. 11 agosto 2014, n. 114 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari). La modifica è consistita, per l’appunto, nella soppressione dell’obbligo di indicare negli atti di parte l’indirizzo PEC del difensore. Inoltre, il D.L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla L. 11 agosto 2014, n. 114, ha aggiunto al D.L. 18 ottobre 2012, n. 179 (convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221; c.d. Agenda digitale), l’art. 16-sexies, intitolato “Domicilio digitale”. La disposizione prevede che, “salvo quanto previsto dall’art. 366 c.p.c., quando la legge prevede che le notificazioni degli atti in materia civile al difensore siano eseguite, ad istanza di parte, presso la cancelleria dell’ufficio giudiziario, alla notificazione con le predette modalità può procedersi esclusivamente quando non sia possibile, per causa imputabile al destinatario, la notificazione presso l’indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui al D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, art. 6 bis nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia”. Il menzionato D.Lgs. n. 82 del 2005, art. 6-bis (Codice dell’amministrazione digitale) prevede l’istituzione, presso il Ministero per lo sviluppo economico, di un pubblico elenco denominato Indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI-PEC) delle imprese e dei professionisti. L’indirizzo di posta elettronica certificata è “agganciato” in maniera univoca al codice fiscale del titolare. In conclusione, oggi l’unico indirizzo di posta elettronica certificata rilevante ai fini processuali è quello che il difensore ha indicato, una volta per tutte, al Consiglio dell’ordine di appartenenza. In tal modo, l’art. 125 c.p.c. è stato allineato alla normativa generale in materia di domicilio digitale. Il difensore non ha più l’obbligo di indicare negli atti di parte l’indirizzo di posta elettronica certificata, nè la facoltà di indicare uno diverso da quello comunicato al Consiglio dell’ordine o di restringerne l’operatività alle sole comunicazioni di cancelleria. Il difensore deve indicare, piuttosto, il proprio codice fiscale; ciò vale come criterio di univoca individuazione dell’utente SICID e consente, tramite il registro pubblico UNI-PEC, di risalire all’indirizzo di posta elettronica certificata.

1.6. Resta invece fermo il contenuto dell’art. 366 c.p.c., comma 2, che, limitatamente al giudizio di cassazione, che prevede la domiciliazione ex lege del difensore presso la cancelleria della Corte nel caso in cui non abbia eletto domicilio nel comune di Roma, nè abbia indicato il proprio indirizzo di posta elettronica.

Poiché, oggi ciascun avvocato è munito di un proprio “domicilio digitale”, conoscibile da parte dei terzi attraverso la consultazione dell’Indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI-PEC) e corrispondente all’indirizzo PEC che l’avvocato ha indicato al Consiglio dell’ordine di appartenenza e da questi è stato comunicato al Ministero della giustizia per l’inserimento nel registro generale degli indirizzi elettronici, tale disciplina implica un considerevole ridimensionamento dell’ambito applicativo del R.D. n. 37 del 1934, art. 82.

Infatti, la domiciliazione ex lege presso la cancelleria è oggi prevista solamente nelle ipotesi in cui le comunicazioni o le notificazioni della cancelleria o delle parti private non possano farsi presso il domicilio telematico per causa imputabile al destinatario. Nelle restanti ipotesi, ovverosia quando l’indirizzo PEC è disponibile, è fatto espresso divieto di procedere a notificazioni o comunicazioni presso la cancelleria, a prescindere dall’elezione o meno di un domicilio “fisico” nel comune in cui ha sede l’ufficio giudiziario innanzi al quale pende la causa.

Ne consegue che (cfr. Cass. n. 12876/2018), la notificazione del decreto di fissazione dell’udienza camerale e della proposta del relatore è validamente effettuata all’indirizzo PEC del difensore di fiducia, quale risultante dal Reginde, indipendentemente dalla sua indicazione in atti, ai sensi del D.L. n. 179 del 2012, art. 16 sexies conv., con modif., in L. n. 221 del 2012, non potendosi configurare un diritto a ricevere le notificazioni esclusivamente presso il domiciliatario indicato, non potendo quindi avere portata idonea ad escludere tale notificazione la limitazione della parte dell’indicazione del detto indirizzo per le sole comunicazioni.

  1. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1173, 1362, 1363, 1365-1371, 2697, 2726, 2729 c.c. in relazione all’onere della prova circa i rapporti contrattuali tra le parti ed al presunto contratto d’opera intercorrente tra la B. e la Tes Soc. coop., con erronea applicazione dei principi sull’onere della prova, del pagamento e delle presunzioni.

Contraddittorietà ed illogicità dell’assunto motivazionale posto a base della decisione. Travisamento del dato e del fatto processuale. Violazione dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione adottata in relazione al cd. contratto d’appalto d’opera. Violazione dell’art. 2724 c.c. per avere ritenuto il documento come principio di prova per l’ammissione del teste M.A. . Travisamento del dato processuale per non aver ravvisato l’esistenza di due contratti distinti, l’uno di fornitura materiale e progettazione tra Petra S.a.s. (già ditta individuale Petra) e B.R. , e l’altro, tra quest’ultima e la coop. Tes di manodopera.

Si rileva che la soluzione del Tribunale ha negato inopinatamente l’esistenza del rapporto contrattuale diretto con la controricorrente, valorizzando un semplice foglio nemmeno dattiloscritto, con delle semplici annotazioni manoscritte di presunti pagamenti tra il legale rappresentante della Tes e la B. . È stata quindi fornita un’erronea interpretazione di tale contratto che non poteva quindi far ritenere l’esistenza di un contratto d’appalto comprensivo della manodopera oltre che della fornitura dei materiali.

Il motivo è inammissibile in quanto mira a contestare la ricostruzione del fatto, come operata secondo l’apprezzamento riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità, anche perché supportato da congrua e logica motivazione.

Ancorché nella premessa la ricorrente sottolinei come con il motivo non si intenda censurare l’apprezzamento in fatto del giudice di merito, ma piuttosto denunciare una falsa o erronea applicazione delle norme di diritto, le argomentazioni sviluppate nel mezzo denotano con evidenza come in realtà la critica attinga direttamente l’accertamento dei fatti come operato in sentenza.

In primo luogo, va evidenziato il palese difetto del requisito di specificità del motivo ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, nella parte in cui si sottopone a critica la valutazione del giudice di merito quanto alla rilevanza del contratto d’appalto che il Tribunale ha ritenuto essere intervenuto tra la B. e la Tes, avendo la ricorrente omesso di ritrascriverne in ricorso il contenuto ovvero di riportarne le clausole più significative, al fine di consentire alla Corte, sulla base della lettura del ricorso, di poter apprezzare l’effettiva ricorrenza della violazione delle regole di ermeneutica contrattuale.

Ne deriva che anche le violazioni delle norme di cui agli artt. 1362 e 1363 c.c. appaiono meramente enunciate ma non adeguatamente specifica

 

 

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